Tag

, , , ,

Paul CelanPiù che il giorno, si dovrebbe parlare del luogo (non-luogo, tentativo di avere luogo) della Memoria. Ma i giornali, l’opinione pubblica, si sa, preferiscono semplificare togliendo al problema dell’oblio- problema immenso, che non trova spazio da nessuna parte, in nessun “dibattito pubblico” e che, tuttavia, angoscia ogni parola che diciamo e che scriviamo- la sua grandezza costruita sul vuoto, le sue scale di pietre aguzze e, spesso, invincibili. La giornata della memoria non ha memoria di sé, forse, finirà immersa in qualche discorso, nei molti discorsi sulla “giornata della memoria” che sentiremo fare attorni a noi – allora, tanto meglio se ci rivolgiamo ai poeti, e in particolar modo a Paul Celan che rimane, almeno fino a oggi, indimenticabile. Non come una figura di marmo, à la Victor Hugo, ma come uno strano monolite.
L’eccezione che non aveva regole, tranne quella di ricordare. Scrivere per ricordare anche se non ci sono più tracce, anche se la memoria stessa è già un delitto (qualcosa viene sempre rimosso, qualcosa rimane – è già il problema dell’eredità e della “memoria culturale”)…Nel suo bel saggio intitolato Vita a fronte. Saggio su Paul Celan (Quodlibet, 2005), Camilla Miglio collega, molto appropriatamente, la condizione poetica di Celan al riverbero postumo di una dimensione di spaesamento costruita  e controllata dall’odio razziale, giorno per giorno, nei campi di prigionia nazista. Lo chiama, prendendo il termine da Giorgio Agamben, lo “stato d’eccezione” e analizza ogni conseguenza di quella morte soltanto all’apparenza sconfitta nel lessico di Celan, poeta e traduttore, persino nelle lettere e in ogni documento che ne possa testimoniare:
“Nello stato di eccezione della prigionia, l’esistenza alternativa resta tutta nel perimetro della lingua – anzi: nello spazio tra diverse lingue. Pare configurarsi così, fin dall’inizio, l’esperienza dell’uomo e del poeta Celan. Dal punto di vista politico lo stato d’eccezione è la sospensione della norma cui l’uomo è sottoposto ma che anche lo protegge (…) Nello stato di eccezione l’uomo è “nuda vita spogliata di ogni diritto” (Agamben), persino di quello carcerario. Chiunque può ucciderlo senza commettere omicidio, dato che ogni legge è sospesa. Proprio durante la seconda guerra mondiale la extraterritorialità, ovvero la privazione di appartenenza a un territorio, a una qualsivoglia sovranità produce politicamente gli apolidi, aprendo in tutti i territori controllati dai nazisti le condizioni formali per deportarli nel luogo ‘a parte’ rappresentato dal ‘campo’. Il campo di concentramento diventa per questa ragione la più inquietante realtà e metafora della modernità novecentesca. L’esistenza dell’uomo nel Lager – per paradosso etimologico – riprende le caratteristiche dell’homo sacer latino: in sacrificabile- perché bandito e non degno di essere ucciso per offerta rituale, ma sempre uccidibile- alla stregua di un animale. Egli può trovare scampo solo “in una perpetua fuga” o “in un paese straniero”.

Un paese straniero che Celan troverà prevalentemente in Francia, parlando francese e scrivendo in tedesco. Un tedesco ai margini del tedesco, un’altra lingua nella lingua che si conosce come uno spettro che abita in casa propria. La necessità di Gewahren (proteggere, custodire) non escludeva quella della conversazione al di là dell’ossessione o della paura di non divenire più altro da sé, da qui il verso che si fa poliglotta, rinunciando al sobrio equilibrio. Spettro della madre, si è detto, che aleggia ovunque nei suoi versi…Più radicalmente, dev’essere l’impossibilità di arrivare a qualcosa con la scrittura.
Chi legge, oggi, Celan? Non dimenticheremo di leggere, ancora una volta, questo grande poeta che lavorava perché l’opacità fosse meno oscura, senza illusioni, però, persino con umorismo (un umorismo che, come la dimensione erotica, viene spesso sotterrato nel profilo “sublime” di Celan come il “poeta dei campi”…Non è stato soltanto questo, naturalmente, vale a dire che la sua vita non era fatta di quest’immagine stereotipata). Persino rinunciando a scrivere, con tutte le sue forze, in un certo senso Celan diceva sempre la stessa cosa- riecheggiando, tra gli altri, Kafka e Beckett-, quel prolungato silenzio. Silenzio di parole, beninteso.
Compito estremo di cui siamo già incapaci, nonostante i buoni propositi: tocca a noi trascrivere, oggi, i versi dello Straniero che abita, ormai, dappertutto. Stato d’eccezione, ebbene sì. Il presente non ci appare, forse, il Terrore più osceno? C’è un angolo in questo mondo dove non siamo “deportati” o, semplicemente, simili al poeta dèraciné per eccellenza?

Per le poesie di Celan rimando l’eventuale lettore interessato al Meridiano, curato da G.Bevilacqua, Poesie, Mondadori.