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Abbiamo letto le principali recensioni apparse dell’ultimo romanzo di Christa Wolf, La città degli Angeli (edizioni E/O). Vale la pena commentarle, forse, anche come traccia di lettura. 

Christa WolfSecondo Paola Sorge – articolo apparso su Repubblica in data 20/11/12, intitolato La sfida di Christa Wolf al fantasma della Stasi- il libro percorre come un diario i nove mesi trascorsi dalla scrittrice tedesca in America, a Los Angeles, ma nella sua affrettata lettura la giornalista ne offre un paesaggio di maniera: “dove tutto è immerso in una luce ipnotica, la luce del Pacifico poco prima del tramonto, e l’aria profuma di eucalipti; dove i numerosi ospiti del Center entrano poco a poco a far parte della nuova vita americana di Christa”. Non è proprio una descrizione convincente, per fortuna “La città degli angeli è ben più di un racconto di viaggio. È un’autobiografia dell’anima, la rivelazione senza remore della parte più intima della Wolf, che racchiude l’essenza della sua vita fatta di sforzi costanti per migliorare quello che lei chiama ‘il mio piccolo Paese’, la Rdt…”

“Autobiografia dell’anima” suona falso, come se un’anima (peraltro complessa e impegnata sul fronte di una vita pubblica come poche altre) potesse fare altro che confessarsi: è l’idea stessa di una confessione (idea cristiana e che piace all’establishment) che trovo inopportuna- non sarà anni luce lontana dalla formazione marxista di Christa Wolf? Vedremo che questa tiritera del percorso dell’anima ritornerà, guarda caso in un articolo che non è piaciuto per niente ai lettori de L’Espresso. Per consolarci, leggiamo quanto scrive il buon Luigi Forte su La Stampa (12/11/12). Qui il discorso è come di consueto ben articolato, c’è finalmente un contesto da cui partire per capire (diciamo per orientarsi) e alcune importanti osservazioni sullo stile come questa:

“La Wolf non ha scritto un romanzo ma intessuto un testo anomalo ed eterogeneo, che raccoglie e amalgama spunti narrativi, viaggi della memoria in un costante intersecarsi di piani temporali. Cronistoria in apparenza del suo soggiorno di nove mesi nella metropoli californiana fra il 1992 e il ’93 su invito della Fondazione Getty, La città degli angeli è piuttosto un’anamnesi per capire le contraddizioni del presente, una vivisezione della propria esistenza in un turbinio di tensioni e di fronte alla crisi in cui la scrittrice è sprofondata dopo la divulgazione dei dossier dei servizi segreti della Rdt. Lei non era stata solo spiata per oltre trent’anni come voce indipendente e critica, ma fra il 1959 e il 1961 aveva collaborato, sia pure in modo del tutto informale e senza alcuna delazione, con quella stessa polizia segreta. E’ in America quando si scatena la bagarre sui giornali tedeschi, ma la distanza non giova; anzi sembra relegarla in una sorta di esilio dalla propria vita”.

E ancora, andando a ritroso: “Come già nel bellissimo Trama d’infanzia (e/o, 1992), la voce dell’io narrante si alterna al tu della donna matura alla ricerca della prima età, e come altrove, per esempio nel racconto Che cosa resta (e/o, 1991) la Wolf richiama l’esperienza dell’estraneità: non il mondo americano le sfugge, ma la realtà del suo paese dissoltosi nell’unificazione. La città degli angeli è il luogo, quasi metaforico, degli interrogativi, lo spazio di una verità inquieta e transitoria, che si rimette sempre in discussione e che, come nel Galileo di Brecht citato dall’autrice, cerca un punto di equilibrio in un compromesso senza dogmatiche chiusure”.

Christa_WolfNella nostra rassegna stampa, essenziale e ovviamente parziale, delle recensioni che hanno accolto uno dei libri più impegnativi di Christa Wolf ci sono due articoli, di natura opposta, che vale senz’altro la pena menzionare (sono forse una specie di termometro della stampa italiana, che viaggia su due binari differenti). L’articolo, bello e istruttivo, di Anna Chiarloni - nota studiosa di germanistica, in particolar modo dell’opera di Wolf ma anche dell’ambiente letterario tedesco dopo la riunificazione della Germania- che, nel recensire La città degli Angeli, delinea con chiarezza lo stile e la struttura del libro:

“L’andamento diaristico è organizzato secondo una doppia prospettiva, all’esperienza statunitense si sovrappone lo sguardo successivo, fino alla crisi finanziaria dei nostri giorni. Ma arretra nel tempo tedesco fin dalle prime pagine, Christa Wolf. Ha nella valigia delle lettere che le “ustionano l’anima”, il carteggio di Lily, una comunista emigrata in America della quale si prefigge di ricostruire l’esistenza. è il filo narrativo che apre con una seconda voce su due fronti del passato, quello dell’antifascismo e quello inedito, o meglio rimosso ma appunto ustionante, delle persecuzioni staliniane”. L’autrice tratteggia poi una genealogia letteraria preziosa anche per chi avesse letto poco l’autrice, come in questo passo:

“Sfilano Döblin, Brecht, Feuchtwanger, Werfel e i fratelli Mann, tutti approdati in California. Un devoto pellegrinaggio, denso di excursus collaterali, conduce il lettore lungo la costa del Pacifico ombreggiata di palme attraverso le residenze di quegli intellettuali tedeschi che, “New Weimar” negli anni oscuri del nazismo, animavano Santa Monica, fino alla maestosa villa nascosta nel verde in cui venne alla luce il Doktor Faustus”.

Sul versante opposto, troviamo invece un articolo di Stefano Vastano apparso sull’Espresso. Vastano si chiede: “E’ riuscito alla scrittrice di sviscerare nel romanzo – a forza di analisi ed autoanalisi, agopunture e medicine e dolori di tutti i tipi – i vari strati di Verità/Menzogne sepolti nella sua vita di Icona letteraria dell’ex-Rdt? Sì. E No. Prima di tutto perché, al contrario di quel che sta scritto sulla copertina del libro, „Stadt der Engel” è di tutto – una Confessione (di stampo agostiniano); un’Analisi (di tipo freudiana); una Cronaca di viaggio (stile Touring), e soprattutto una bella Autobiografia (modello Günter Grass) – ma non certo, con la R maiuscola, un Romanzo”.

Una cronaca di viaggio “stile Touring”? “Modello Günter Grass”, cos’è una fabbrica di romanzi con il suo logo e tutto il resto? L’ennesima confessione agostiniana? E insiste: “Nonostante ogni fine analisi ed autonalisi, tutti gli strumenti di scavo di Benjamin e i soprabiti protettivi del Dottor Freud, Christa Wolf non ce la fa a resistere senza le iniezioni di Utopia, a smettere di credere al fascino delle Grandi Idee”. E’ una cattiva qualità aspirare alle grandi idee, secondo questo giornalista.

Vastano, invece, coltiva certamente un’utopia: quella di piacere a tutti i costi al suo pubblico, immaginando che sia disincantato come lui e privo di scrupoli culturali. Ma gli è andata male: i commenti sulla pagina da cui ho tratto queste citazioni vanno in una direzione decisamente…utopica: “Lei non ha letto attentamente i libri di Christa Wolf” gli scrive, per esempio, Sabrina. “Dovrebbe apprendere dalla scrittrice l’arte di dialogare con il lettore, invece di aggredirlo con questa ironia fastidiosa, che rappresenta il tentativo di aggiungere forza alle sue argomentazioni poco convincenti”.

Le recensioni le trovate sulla pagina dell’editore e/o. Per consultare la vasta bibliografia di C.Wolf qui c’è il catalogo delle opere tradotte presso e/o. Sul sito Germanistica.net, invece, si trovano diversi articoli sull’opera di Christa Wolf.