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Sulla figura della poetessa Sylvia Plath la critica non meno dei lettori hanno costruito un’immagine romantica, adatta al bisogno di mitologie spirituali di cui la cultura mostra spesso di non sapere fare a meno. Ma dalla lettura dei suoi diari emerge una vita fatta di contraddizioni, di vuoti, di paralisi e di tentativi di conciliare, non senza violenza, elementi forse irriducibili tra loro come il codice sociale e quello letterario, altrimenti detto codice dell’anima (J.Hillman). Insomma, un’immagine realistica che tocca la sensibilità di chi scrive e sa di non poterne fare a meno.
La scrittura letteraria di cui si parla sui giornali, nelle librerie o sui magazine è un oggetto “ripulito”, reso decoroso, qualche volta depurato da ogni elemento incongruo affinché sia votato alla simmetria più o meno pacifica con il discorso giornalistico che indora e leviga una pillola altrimenti ben più amara. Per la “società degli eventi” le differenze individuali esistono soltanto per riaffermare il medesimo discorso che, come ha mostrato bene Michel Foucault (quello de La volontà di sapere e di Storia della sessualità), non è un discorso di “censura”, al contrario, è il permesso accordato di “scomparire” nel grande rumore mediatico. Tuttavia, non c’è successo senza rumore.
I diari di Sylvia Plath, per venire all’argomento di questo articolo, sono pieni del suo tentativo di mettere a tacere quella parte socializzata, la semplice e sorda verve delle “parole”. Fare suonare le parole al di là delle regole dell’armonia, rifiutarsi di riempire la casella ma tentare di cancellarla sempre di più (altri autori lo sapranno fare in altro modo, come Beckett e Michaux) magari nel nome di un “rumore” già onnipresente e pertanto vacuo. Tutto ciò implica una guerra con sè stessi. Sono le poesie levigate che Plath prende di mira anche in Stillborn (“These poems do not live: it’s a sad diagnosis…”) e che trovano un’eco complessa nei diari, dove devono fare i conti con la vita quotidiana, con la prosa sempre sull’orlo del fallimento, con i rifiuti del mondo letterario e le perplessità:
“…Un attimo fa apro il diario benedetto di Virginia Woolf, comprato sabato con Ted [Hughes] insieme a una quantità di suoi romanzi, e scopro che lei combatte la depressione per i no di Harper’s (nientemeno! – non riesco a credere che anche i Grandi siano stati rifiutati) tirando a lucido la cucina. E prepara merluzzo e salsicce. Dio la benedica” (25 febbraio 1950). L’equilibrio tra la vita pratica (trasformata in sfogo e gioco) e l’attività della mente non riesce facile a nessuno, tanto meno ad una persona analitica come Plath: la riflessione in queste pagine precede spesso la scrittura, a volte sembra persino boicottarne i risultati. Nonostante i propositi di vivere in perfetta simbiosi con il marito poeta, fondendo diverse immagini di sè in una sorta di Io intoccabile, e felice, tra “libri, culle e padelle”, l’implacabile mancanza di esperienza tormenta i giorni e le notti di Sylvia Plath.
“Esperienza” è una parola che le piace molto, a partire da questo termine totalizzante può lottare con la memoria e con i continui cortocircuiti della scrittura, garantendo che esiste una possibilità al di là del piccolo Nulla giornaliero, fatto di frasi spezzate senza ritorno, di atti voraci (altra grande figura della Plath, la Voracità) quanto inconcludenti. Il mondo non è fatto per durare, peggio non lo desidera nemmeno. La felicità della vita è la sua inconcludenza, nient’altro? Se ne ricava un imperativo etico che anima diverse pagine del diario: la vita non bisogna viverla, non basta, bisogna attaccarla. Da una pagina all’altra, da una riga all’altra, Plath si trasforma modulando una voce che le ingiunge di lavorare, di pensare, di essere di più. Contro le proprie mancanze, contro la debolezza delle donne e, più in generale, degli esseri umani. Ma se non si avessero le forze per scavare la distanza necessaria?
“Mi sono incagliata, bloccata, sono ferma. Raggelata da una paralisi cerebrale. Forse la prospettiva di tre esami scritti in una settimana e di tutta la letteratura inglese da leggere e rileggere in meno di tre mesi mi ha istupidita. Come se potessi trovare una vita d’uscita rifugiandomi nel torpore e non osando dare inizio a niente” (4 marzo 1957). Più avanti nella stessa pagina l’alibi del disagio esterno si è trasformato in un’accusa: “Se riesco a elaborare i cambiamenti, nel mio romanzo. Invece di questo turgore incapace di tradursi in parole. Come adesso. O che farfuglia – il mio solito, deprimente tormento – bianco nero, bianco nero”.
Sembrerebbe che la prosa non rivesta soltanto un carattere accessorio della vocazione poetica ma, piuttosto, una specie di appiglio archettonico, una risorsa di forza. Forse un’idea del mondo com’è prima di diventare poesia? Questa osservazione: “(…) Le poesie sono monumenti di un momento. La mia elaborata terza rima mi sta stretta. Mi serve una Trama: persone che crescono, che si incontrano, che si scontrano con le circostanze: un bel minestrone di gente, che cresce, si fa male, ama e tira avanti come meglio può” (25 febbraio 1957). D’altra parte, di questa duplicità Plath altrove si lamenta, ma non vuole farne a meno. La lotta è anche formale, letteraria: “…Lascia stare la trama. Fanne un vivace diario di ricordi. Capitoli brevi. In questo modo per quando torno a casa dovrei avere trecento pagine. Revisione in estate”. L’ingiunzione a produrre (trecento pagine all’ingrosso, non una di meno) non la lascia quasi mai, ma Plath non indaga su questa continua “fuga di idee” (L.Binswanger) a margine della prosa, piuttosto s’impone dei precetti luterani: “Guarda nel profondo di ogni scena, amala come un gioiello sfaccettato e complesso. Trovane la luce, l’ombra, i colori accesi”. Dopo essersi accusata di non saper attaccare la sostanza delle cose, di scivolare appena accanto agli esseri e alle cose, si abbandona all’estetismo pensando che possa funzionare meglio? Bisogna stabilire anche dei tempi precisi, una cronometria della creazione letteraria: “Imposta la scena la sera prima. Dormici sopra, scrivila il mattino dopo”. Così, in effetti, si attacca almeno un aspetto della realtà: il tempo è sottratto per sempre alla vita, non c’è che il tempo della creazione. Ovvero la forma, soltanto ciò che deve rimanere.
Terrore delle dimensioni del lavoro in prosa, delle distanze da colmare, qualche volta; costruzione di personaggi ricavati in buona parte dalla letteratura da riviste americane (“Molte descrizioni di natura e città, attenzione partecipe per il dettaglio…”); tentativi di ormeggiare una volta per tutte le frasi in un decoroso, lucido egotismo come in Domenica dai Minton: pagine che oggi appaiono soffocanti proprio per il loro “stile”? Nel mentre di questi tentativi, Plath analizza fino all’osso il suo modo di scrivere poesie: “Per prima cosa le poesie, che non vanno. Specialmente quelle elaborate: mi congelano troppo presto su troppo poco. Meglio piccoli esercizi descrittivi che non comportino trappole filosofiche di sviluppo logico”. Come ricorda anche Nadia Fusini nella sua introduzione al Meridiano Mondadori dedicato a Sylvia Plath, la grande cesura tra la poesia che “funziona” e quella incolore, assente (stigmatizzata in Stillborn e altrove) può essere fatta risalire ai primi anni Sessanta con Poem for a Birthday (1959) e altri componimenti successivi come Elm o Three Women. A poem for three voices. Per una lettura gnostica e approfondita delle poesie di Plath rimandiamo senz’altro alle sue belle e intense pagine. Di certo, quell’immagine di preda insonne che anima le pagine dei diari, negli anni Cinquanta, si è trasformata almeno nei versi di Elm in una preda meno convalescente, più carnivora e consapevole di essere “incapable of more knowkedge” (incapace di maggior conoscenza) e “inhabited by a cry” (abitata da un grido). (A.D.)
Le citazioni dai diari di S.Plath sono tratte da Sylvia Plath, Opere, Mondadori, 2002.














